Consigli di lavoro, Donne e lavoro, Gestione dello stress, Lavoro, Vita in ufficio

E tu di che ansia sei? Esempi di ansia al femminile sul posto di lavoro

Quanti tipi di ansia esistono? Forse conoscerli, e ri-conoscerli in se stessi, può aiutarci a combattere le ansie più sciocche e improduttive.

La pulce nell’orecchio me l’ha messa un bel pezzo di “osservazione partecipante” di giuliacalli sull’ansia femminile, in cui rilevava come le italiane ne soffrano più delle straniere. E alcune ansie di cui si parlava nei commenti al post erano davvero pazzesche!

Conosco molti uomini, in gamba e “paritari” nel rapporto con l’altro sesso, che si lamentano di avere seri problemi con capi donna proprio perché non sanno gestire l’ansia. Detesto queste distinzioni uomo-donna, ma devo ammettere, per mia esperienza diretta, che questa coglie un problema reale.

E quali “tipi di ansie” ho rinvenuto nelle cape con cui ho lavorato?

l’ansia di prendere decisioni: sarà giusta, sarà sbagliata? meglio aspettare l’ultimo minuto quando si è messi alle strette e bisogna per forza decidere! Non è decisamente l’approccio migliore; a volte non esistono decisioni giuste e decisioni sbagliate, e a volte è più importante il fatto di decidere che la totale giustezza del suo contenuto. Le donne tendono ad essere più perfezioniste degli uomini, e provano molto più bisogno di essere totalmente sicure prima di prendere una decisione, cosa che spesso non è davvero possibile (quanto rapidamente cambia il mondo attuale e ci scompiglia le carte in tavola?) e in certe attività la perfezione non esiste o se anche esistesse è inconoscibile per noi umani.

l’ansia di non riuscire a far tutto, che è l’altra faccia dell’ansia di voler far/controllare tutto, che nasce il più delle volte dalla convinzione che gli altri lavorino meno bene di quanto noi saremmo capaci (o meglio disponibili) a fare.

l’ansia da coscienza, che fa rimanere sempre convinte o di non aver mai fatto abbastanza o di non averlo fatto abbastanza bene e che ci sarebbero ancora tonnellate di lavoro da fare immediatamente o tonnellate di miglioramenti da apportare. L’aspetto perverso di quest’ansia è che spesso è pure una fonte di orgoglio, perché ci si convince di essere lavoratrici più diligenti e coscienziose degli altri.

l’ansia da abbandono o da scaricabarile, che viene la sera quando ci si rende conto che mentre si sta ancora sgobbando – a causa spesso dell’ansia da coscienza di cui sopra -, tutti gli altri sono già andati a casa e, dovendo/volendo invece noi rimanere a svangare lavoro ritenuto assolutamente necessario, si comincia ad accusare a destra e a manca la gente di non aver voglia di lavorare e di scaricare il barile sulle solite note che lavorano con coscienza.

E io di che ansia soffro?
• ansia da coscienza, indubitabilmente, anche se sto cercando di mandarla a quel paese, ovvero di relativizzare: se dovessi finire a brevissimo tutto quello che devo fare e farlo perfettamente servirebbe un battaglione, non una persona!

• ansia da abbandono / scaricabarile, sicuramente un po’, ma adesso la sto combattendo con tutte le mie forze, riconoscendo che se rimango la sera a lavorare fino a tardi è perché io decido di lavorare fino a tardi, non a causa di una pretesa irresponsabilità altrui; per questo se resto fino a tardi, ultimamente sono cosciente che lo faccio perché lo voglio, non perché devo a tutti i costi.

ansia da insicurezza ingiustificata: un’ansia davvero inutile, probabile genitrice dell’ansia da coscienza. Mi sono trovata ad andare nel panico convinta di non avere la situazione sotto controllo o di stupirmi esageratamente di avere invece tutto ben pianificato anche nel caso di imprevisti.

Proprio oggi ho osservato due casi di quest’ansia. Cercavo la chiavetta di lavoro per la connessione internet in trasferta e non l’ho trovata nel solito posto: mi è stato sufficiente per darla già per persa e accusare la mia presunta recente sbadataggine; quando poi non l’ho trovata nel secondo solito posto stavo per piantare la ricerca; poi mi sono fermata un attimo, ho pensato con calma dove l’avevo usata l’ultima volta e l’ho trovata immediatamente!

Caso due: rientro con un collega da una riunione e gli ricordo che entro la mattina dobbiamo risolvere una questione con un altro collega; lui a questo punto si dirige direttamente nel suo ufficio e io vado in affanno: deve lasciarmi almeno il tempo di raccogliere il materiale – dobbiamo discutere di foto, non di concetti astratti -. Rientro al volo in ufficio e mi trovo sul tavolo l’ordinato plico che mi ero preparata la sera prima con tutti i materiali di cui avevo bisogno, senza bisogno di cercarli o stamparli. E quello di cui sono più rimasta male è proprio che mi sono incredibilmente stupita di essere così organizzata, come se non avessi fiducia in me stessa!

E voi di che ansia siete :-)?

Ciao,
Giulia

Annunci
Consigli di lavoro, Gestione dello stress, Vita in ufficio

Quando fare domande? bella domanda

Meglio sembrare stupidi e fare una domanda sciocca che sperare di aver capito e combinare un casino. E mi verrebbe pure da dire: meglio sembrare tonti e chiedere massima certezza su una cosa che si è sicuri di aver capito ma per la quale sorga anche un minimo dubbio.

Più facile da dirsi che da farsi! Oggi mi sono presa una sciampata pazzesca perché non mi ero accertata di una cosa per la quale ero sicura di aver capito correttamente ma per la quale in effetti volevo proprio un confronto con la grande capa perché cominciava a puzzarmi. E probabilmente avevo anche capito correttamente ma le informazioni erano incomplete e nel frattempo la situazione era cambiata.
Solo che ho aspettato che me la chiedesse lei, dato che mi sembrava una cosa stupida da chiederle. Ma valle a spiegare quando uno è incazzato che in realtà avevo anch’io dei dubbi. Mi ero accertata di avere più informazioni da chi, direttamente sotto di lei, poteva avercele, ma non ne avevano neppure loro. Avrei dovuto chiedere direttamente a lei. Ma come riconoscere quando una cosa merita di essere chiesta a un superiore, per definizione molto impegnato etc. etc.?

Per non fare due errori uguali nello stesso giorno, in seguito ho chiesto alla mia capa diretta dei consigli su come scrivere una mail a un importante dirigente di un’altra Direzione e me ne ha dati, e parecchi, e probabilmente mi hanno salvato anche parecchio il sedere, ma sentivo che per tutto il tempo era abbastanza seccata di doversi distogliere dal proprio lavoro.

Come fai a riconoscere quando è il caso di chiedere e quando no? Forse quello di sembrare seccanti è un rischio da correre se non si vogliono bloccare i progetti e poi essere accusati (giustamente dopotutto) di non averli portati a termine… Una tecnica alternativa può essere quella di fare le domande in contesti più informali (come a pranzo) ma non tutti apprezzano e non è possibile farlo con tutti gli interlocutori. Chiedere appuntamenti formali per un confronto non sempre funziona, perché spesso vengono posticipati o annullati, e spesso di certe informazioni si ha bisogno subito.

Argg vorrei tanto qualcuno che mi desse una dritta!

Consigli di lavoro, Gestione dello stress, Lavoro, Leadership, Vita in ufficio

L’arte del distacco: cosa si impara dalle urlate del capo

Quando tutto sembra perduto, l’unica cosa da fare è mantenere lucidità, sangue freddo e quel sano distacco. E ci accorgeremmo così che tutto si può risolvere, probabilmente anche con meno fatica e drammi di quello che si pensava. Questo è tanto più vero sul lavoro dove – a meno di incidenti in cui qualcuno può rimanere ferito o peggio -, se qualcosa non funziona o anche un intero progetto si rivela una ciofeca, non muore nessuno, cosa che invece accade in molti altri contesti, come spesso ci racconta la cronaca.

Ecco cosa ho capito oggi! L’invito per il nostro mega evento di Parigi è in stampa, deve esserci consegnato con salti mortali dopodomani, e già siamo in super ritardo per le spedizioni, e cosa succede oggi? il nuovo capo della mia capa si fa venire la grandissima idea (salvifica dopotutto) di mostrare alla grande capa come effettivamente verrebbe fuori l’invito stampato. Cosa che si fa assolutamente sempre, e ben prima di dover mandare in stampa, ma a cui questa volta avevamo dovuto sopperire con degli scambi di file e ok via mail, dato che eravamo già strettissimi con i tempi e la grande capa non era in sede nei giorni immediatamente prima dell’ok si stampi. Ebbene? L’invito fa schifo, bisogna rifare tutto. Le prospetto che così gli inviti superfighi come li vuole lei arriveranno stampati non prima di 10 giorni (1° maggio, sabato e domenica inclusi), lei li vuole al massimo tra 6 giorni (1° maggio, sabato e domenica inclusi anche qui). Che fare? il suicidio non è contemplato.

Torno in ufficio frustrata e abbattutissima, con voce rotta spiego ai colleghi l’accaduto e blocchiamo le stampe. Lo stampatore poi non può neanche stare al telefono più di tanto, rinviamo la call al pomeriggio. È ora di andare a mangiare, colleghi di altri uffici ci invitano, e io non ho ancora chiamato l’agenzia che ci fa il bozzetto di stampa per comunicarle le modifiche da fare. Sono davvero distrutta, non ce la faremo mai mi dico, ma mando tutto a quel paese e vado a mangiare anch’io.

Risultato? Pranzando e chiacchierando mi rilasso, metto le cose in prospettiva, mi rendo conto che non è morto nessuno (!) e tornando dalla mensa chiamo l’agenzia per le modifiche. Nel pomeriggio viene lo stampatore, decidiamo con la grande capa i materiali più fighi da usare, arrivano i bozzetti corretti e….sarà tutto pronto per il giorno richiesto!

Incrociamo le dita e facciamo finta di non sapere cosa tutto ciò verrà a costare, ma la cosa si è risolta e nel pomeriggio ho avuto la lucidità di fare tutte le altre mille cose che dovevo svangare. Avessi saltato il pranzo come, nella mia agitazione, ero convinta di dover assolutamente fare, sarei rimasta con l’ansia tutto il giorno e non avrei combinato un tubo.

Direi che è stata davvero una lezione importante: grazie grande capa per la tua sfuriata ;-)!

L’unico problema è che non è davvero facile riuscire a prendersi il giusto distacco per fermarsi un attimo e mettere le cose nel loro giusto ordine. Ma è una capacità assolutamente necessaria se si vuole gestire progetti complessi.

Bye bye,
Giulia

Carriera, Lavoro, Leadership, Obiettivi, Vita in ufficio

Fare il capo: cosa spaventa?

Conoscere le proprie paure aiuta ad affrontarle. Come discusso nell’omonimo post, voglio diventare un capo che non urla. Ma cosa mi spaventa soprattutto del fare il capo? (per non parlare del diventarlo, ma penso che a questo dedicherò un post apposito.)

Non potersi prendere “giornate no”, in cui non hai voglia di fare un tubo, di dar retta a nessuno, di muovere un dito o di pensare un pochino. Ecco cosa mi fa paura. Non che me ne prenda veramente di giornate così, ma sapere di non potersele proprio permettere, mi spaventa parecchio e mi fa dubitare di potercela fare!

I collaboratori devono sapere razionalmente, e anche sentire emotivamente, che possono sempre contare sul proprio capo (logicamente per le cose di cui hanno veramente bisogno, non per quelle che possono risolversi da soli) e che il proprio capo ce la fa a fare il proprio lavoro (anche, e in misura determinante, grazie al loro di lavoro). Vedo capi che non assicurano né una cosa né l’altra e non li considero buoni capi, né vedo che i loro collaboratori lavorano bene.

Chi fa il capo deve guadagnarsi e mantenersi la fiducia e il rispetto delle proprie persone e deve sempre tenere a mente che da lui/lei dipende una buona fetta del benessere psico-sociale (e a volte anche fisico) di un certo numero di esseri umani. Mica poca come responsabilità (non capisco proprio certi capi che urlano come ossessi contro i collaboratori)! E non puoi più tirarti indietro da queste responsabilità, non puoi dire “e che volete da me, mica pensavo fare il capo fosse ‘sta scocciatura! “. Certo, i collaboratori sanno che un capo è anch’egli/lei un essere umano e non un super eroe, ma certe debolezze non può proprio concedersele con leggerezza.

A volte penso che personalmente finirei anche per considerare le mie persone e il mio team come una famiglia e questo potrebbe portarmi a dedicare al lavoro più cura e dedizione del necessario e metterlo quindi in potenziale conflitto con la cura, la dedizione (e il tempo!) che dedicherei alla mia vera famiglia. Oltre al rischio di ingenerare strane gelosie tra il mio lavoro e il mio ragazzo. E anche questo mi mette una certa inquietudine.

E a voi cosa spaventa di più nel fare il capo :-)?

Ciao,
Giulia

Consigli di lavoro, Lavoro, Vita in ufficio

La scrivania dell’Amministratore Delegato

Hai mai visto la scrivania dell’Amministratore Delegato? chiede il mio capo, esasperato davanti al caos che c’è sulla mia, scrivania. Sì, è vuota. Gli rispondo io. Appunto, fa una cosa e la mette via, e se trova tempo lui che è l’Amministratore Delegato! rimarca.

E già, questa è una bella lezione! Vado matta per l’ordine ma lavoro in comunicazione e tra bozzetti, mock up, proposte, preventivi e contratti di almeno 5 progetti alla volta non trovo mai il tempo di mettere a posto le cose, e affogo!
Ed è proprio questo il problema: affogare nelle cose operative significa non riuscire a creare lo spazio, fisico e mentale, per vedere il quadro generale.

Viva le lezioni che ci impartiscono le scrivanie allora ;-)!

Gestione delle persone, Leadership, Vita in ufficio

Capi diversi, diversi stili di management

Prendere furiosamente nota durante le riunioni o far prendere appunti ai propri collaboratori? Fissare riunioni per discutere di un tema in modo strutturato o parlarne tranquillamente spaparanzati su una sedia?

Il mio capo ha da poco un capo in più, quindi anch’io ho un capo in più da cui prendere ispirazione (oltre che lavori da svolgere….). In questi giorni ho avuto occasione di andare da sola con questo nuovo capo a riunioni con la nostra “grande capa” o con altri dirigenti e ho notato numerose differenze nel suo modo di comportarsi rispetto a quello della mia capa diretta. Food for thought, in buona sostanza.

Il primo caso: discutiamo di invito e lista di invitati per un importante evento con la “grande capa”; la mia capa è in trasferta e viene con me il nuovo capo. La grande capa parla, io prendo appunti, il mio capo no, fa domande alla grande capa per verificare di aver capito bene, si rivolge a me e si sincera che abbia preso nota delle cose più importanti e se ho dei dubbi, vedo che la grande capa guarda e si rivolge soprattutto a me sottolineando cosa c’è da fare. A tutti è chiaro che quelle cose le farò io e che il capo si sincererà che io le abbia fatte. A volte prende spunto da una parola o da un nome fatto dalla grande capa per chiederle cose abbastanza slegate dal tema della riunione, ma vedo che la grande capa apprezza la pausa e si dilunga a spiegare quello che pensa.
Con la mia capa invece siamo sempre in due a prendere appunti, anche se io sicuramente più di lei, e quando usciamo dalle riunioni non mi è mai chiaro quello che devo fare io o quello che vuole fare lei. Potremmo banalmente dircelo non appena finita la riunione, ma spesso non c’è già più tempo e, prima di poter fare il punto, veniamo travolte da altre questioni.

Secondo caso, oggi: la mia capa sta facendo un sopralluogo e io devo rapidamente girare la nuova versione di invito, appena arrivata, alla grande capa (sempre per l’evento di sopra) e prima di farlo devo verificare alcune cose con un responsabile. Non ho ancora capito se il nuovo capo preferisce essere avvisato per telefono quando ho bisogno di lui o vada io direttamente nel suo ufficio (è il caso che glielo chieda prima o poi!). Ebbene opto per la seconda opzione e capito nel suo ufficio mentre, spaparanzato sulla sedia, sta parlando con un altro dirigente della nostra direzione, ugualmente spaparanzato sulla sedia difronte. Faccio cenno che torno dopo ma il nuovo capo fa segno di sedere anche a me. Stanno discutendo in modo rilassato di un progetto piuttosto importante che stiamo mettendo in piedi. E discutono pure di elementi rilevanti e abbastanza controversi, come le tempistiche generali e la data di inizio – punti sui quali fino a poco tempo fa la mia capa e quest’altro dirigente ci mancava poco che litigassero. Decidono e se ne vanno tranquilli.
La mia capa invece odia che qualcuno capiti nel suo ufficio e la interrompa per fare quattro chiacchiere informali su un tema e preferisce di gran lunga fare riunioni strutturate.
Si tratta di due stili di management radicalmente diversi o semplicemente del frutto di preferenze e circostanze? e della diversa mole di lavoro sui tavoli e quindi della diversa possibilità di ritagliarsi dei momenti di riflessione?

Utili differenze da osservare e su cui pensare!