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Rifiutarsi di aiutare gli altri: perché è importante sul lavoro

Crescere professionalmente significa anche rifiutarsi di aiutare (sempre) gli altri a fare il proprio lavoro. Non come gesto di presunzione o supponenza (tutti abbiamo bisogno degli altri, a qualsiasi livello) ma come modo per dare (e far riconoscere) valore al proprio lavoro. E per non affogare nel lavoro cercando di fare il proprio e anche l’altrui.

《Non fare sempre l’assistente di tutti!》, è con queste parole stizzite che la mia capa mi ha ripreso oggi al termine di una lunga telefonata in cui ho spiegato per filo e per segno ad un fornitore cosa volevamo da lui. Sono diventata piuttosto brava a rimbalzare il lavoro ai legittimi 《proprietari》, ma evidentemente non ne era ancora soddisfatta. Al di là del diverbio verbale mi ha fatto capire una cosa importante: non voglio affatto fare l’assistente di qualcuno tutta la vita!

Aiutare gli altri a fare il proprio lavoro significa essenzialmente cinque cose:
1) dare la sensazione agli altri che l’altrui lavoro sia più importante del nostro, visto che non ci facciamo troppo scrupolo di sacrificare del nostro tempo per sollevare l’altro dal fare parte del proprio;
2) 《viziare》 gli altri e creare dannose aspettative di pari disponibilità per il futuro;
3) credere, sotto sotto, che gli altri non siano in grado di fare quella parte di lavoro in autonomia;
4) in definitiva, ingolfarsi di lavoro e riuscire con più difficoltà a raggiungere i propri obiettivi, nel qual caso asserire che si è dovuto aiutare gli altri a fare il proprio lavoro non può assolutamente valere come attenuante;
5) disconoscere la validità dell’organizzazione aziendale che attribuisce diversi compiti a diverse unità proprio perché nessuno può fare tutto e anzi può diventare un collo di bottiglia.

Questo voler far tutto vi ricorda qualcosa a proposito dell’ansia?

Ciao,
Giulia

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E tu di che ansia sei? Esempi di ansia al femminile sul posto di lavoro

Quanti tipi di ansia esistono? Forse conoscerli, e ri-conoscerli in se stessi, può aiutarci a combattere le ansie più sciocche e improduttive.

La pulce nell’orecchio me l’ha messa un bel pezzo di “osservazione partecipante” di giuliacalli sull’ansia femminile, in cui rilevava come le italiane ne soffrano più delle straniere. E alcune ansie di cui si parlava nei commenti al post erano davvero pazzesche!

Conosco molti uomini, in gamba e “paritari” nel rapporto con l’altro sesso, che si lamentano di avere seri problemi con capi donna proprio perché non sanno gestire l’ansia. Detesto queste distinzioni uomo-donna, ma devo ammettere, per mia esperienza diretta, che questa coglie un problema reale.

E quali “tipi di ansie” ho rinvenuto nelle cape con cui ho lavorato?

l’ansia di prendere decisioni: sarà giusta, sarà sbagliata? meglio aspettare l’ultimo minuto quando si è messi alle strette e bisogna per forza decidere! Non è decisamente l’approccio migliore; a volte non esistono decisioni giuste e decisioni sbagliate, e a volte è più importante il fatto di decidere che la totale giustezza del suo contenuto. Le donne tendono ad essere più perfezioniste degli uomini, e provano molto più bisogno di essere totalmente sicure prima di prendere una decisione, cosa che spesso non è davvero possibile (quanto rapidamente cambia il mondo attuale e ci scompiglia le carte in tavola?) e in certe attività la perfezione non esiste o se anche esistesse è inconoscibile per noi umani.

l’ansia di non riuscire a far tutto, che è l’altra faccia dell’ansia di voler far/controllare tutto, che nasce il più delle volte dalla convinzione che gli altri lavorino meno bene di quanto noi saremmo capaci (o meglio disponibili) a fare.

l’ansia da coscienza, che fa rimanere sempre convinte o di non aver mai fatto abbastanza o di non averlo fatto abbastanza bene e che ci sarebbero ancora tonnellate di lavoro da fare immediatamente o tonnellate di miglioramenti da apportare. L’aspetto perverso di quest’ansia è che spesso è pure una fonte di orgoglio, perché ci si convince di essere lavoratrici più diligenti e coscienziose degli altri.

l’ansia da abbandono o da scaricabarile, che viene la sera quando ci si rende conto che mentre si sta ancora sgobbando – a causa spesso dell’ansia da coscienza di cui sopra -, tutti gli altri sono già andati a casa e, dovendo/volendo invece noi rimanere a svangare lavoro ritenuto assolutamente necessario, si comincia ad accusare a destra e a manca la gente di non aver voglia di lavorare e di scaricare il barile sulle solite note che lavorano con coscienza.

E io di che ansia soffro?
• ansia da coscienza, indubitabilmente, anche se sto cercando di mandarla a quel paese, ovvero di relativizzare: se dovessi finire a brevissimo tutto quello che devo fare e farlo perfettamente servirebbe un battaglione, non una persona!

• ansia da abbandono / scaricabarile, sicuramente un po’, ma adesso la sto combattendo con tutte le mie forze, riconoscendo che se rimango la sera a lavorare fino a tardi è perché io decido di lavorare fino a tardi, non a causa di una pretesa irresponsabilità altrui; per questo se resto fino a tardi, ultimamente sono cosciente che lo faccio perché lo voglio, non perché devo a tutti i costi.

ansia da insicurezza ingiustificata: un’ansia davvero inutile, probabile genitrice dell’ansia da coscienza. Mi sono trovata ad andare nel panico convinta di non avere la situazione sotto controllo o di stupirmi esageratamente di avere invece tutto ben pianificato anche nel caso di imprevisti.

Proprio oggi ho osservato due casi di quest’ansia. Cercavo la chiavetta di lavoro per la connessione internet in trasferta e non l’ho trovata nel solito posto: mi è stato sufficiente per darla già per persa e accusare la mia presunta recente sbadataggine; quando poi non l’ho trovata nel secondo solito posto stavo per piantare la ricerca; poi mi sono fermata un attimo, ho pensato con calma dove l’avevo usata l’ultima volta e l’ho trovata immediatamente!

Caso due: rientro con un collega da una riunione e gli ricordo che entro la mattina dobbiamo risolvere una questione con un altro collega; lui a questo punto si dirige direttamente nel suo ufficio e io vado in affanno: deve lasciarmi almeno il tempo di raccogliere il materiale – dobbiamo discutere di foto, non di concetti astratti -. Rientro al volo in ufficio e mi trovo sul tavolo l’ordinato plico che mi ero preparata la sera prima con tutti i materiali di cui avevo bisogno, senza bisogno di cercarli o stamparli. E quello di cui sono più rimasta male è proprio che mi sono incredibilmente stupita di essere così organizzata, come se non avessi fiducia in me stessa!

E voi di che ansia siete :-)?

Ciao,
Giulia