Lavoro, Obiettivi, Sviluppo personale

Perché tanto impegno sul lavoro?

Ho cominciato questo blog chiedendomi come fare orari di lavoro meno folli: risultato decisamente NON raggiunto. Vabbè, nell’ultimo mese abbiamo organizzato un grosso evento per cui me l’aspettavo di fare sempre tardi la sera, ma ora che tutto è finito, sto ancora facendo tardi… certo, abbiamo un sacco di attività da fare che sono rimaste in sospeso. Ma non sono tutte scuse?

Quello che mi preoccupa è una certa forma mentis incline a fare straordinari su straordinari e, nello stesso tempo, a sentirsi frustrata sul lavoro. Mi chiedo come mai io faccia così tanto lavoro se, dopotutto, non sono del tutto soddisfatta dalla situazione lavorativa in cui trovo. Certamente tra le due cose c’è in parte un nesso di causa effetto, ma il vero problema non sta lì.

La questione sta piuttosto nel non aver chiaro in mente cosa cerco dal mio lavoro. E se non hai chiaro in testa dove vuoi arrivare, stai sicuro che non ci arriverai mai. E da questo deriva la frustrazione. Ho sempre avuto una visione totalizzante del lavoro, lo considero una mia priorità fin da quando ero bambina, mi è sempre piaciuto impegnarmi e mi ci sono sempre dedicata con grande energia. Ma ora, sempre più spesso, mi viene da chiedermi chi me lo fa fare.

Finora avevo come obiettivo primario quello di fare un lavoro che mi piacesse e sono decisamente felice di esserci riuscita. Ma adesso? una volta raggiunta una meta, l’uomo purtroppo si stufa subito e non si sente più soddisfatto. E cosa cerco io adesso? carriera, soldi, stabilità, sfide, un buon ambiente di lavoro, altro? Ora sento di aver bisogno di fare qualcosa per me stessa, ma devo ancora affinare cosa ciò significhi davvero per me.

È importantissimo sforzarsi di aver sempre chiaro in mente cosa si vuole veramente dai propri sforzi, stando ben attenti che non siano obiettivi datici da altri e non da noi stessi. Ed essere flessibili in questa ricerca, qualora lo scenario della propria vita cambiasse. In caso contrario, il prezzo da pagare è fatto di frustrazione, senso di inadeguatezza e insoddisfazione.

Bye,
Giulia

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Carriera, Lavoro, Leadership, Obiettivi, Vita in ufficio

Fare il capo: cosa spaventa?

Conoscere le proprie paure aiuta ad affrontarle. Come discusso nell’omonimo post, voglio diventare un capo che non urla. Ma cosa mi spaventa soprattutto del fare il capo? (per non parlare del diventarlo, ma penso che a questo dedicherò un post apposito.)

Non potersi prendere “giornate no”, in cui non hai voglia di fare un tubo, di dar retta a nessuno, di muovere un dito o di pensare un pochino. Ecco cosa mi fa paura. Non che me ne prenda veramente di giornate così, ma sapere di non potersele proprio permettere, mi spaventa parecchio e mi fa dubitare di potercela fare!

I collaboratori devono sapere razionalmente, e anche sentire emotivamente, che possono sempre contare sul proprio capo (logicamente per le cose di cui hanno veramente bisogno, non per quelle che possono risolversi da soli) e che il proprio capo ce la fa a fare il proprio lavoro (anche, e in misura determinante, grazie al loro di lavoro). Vedo capi che non assicurano né una cosa né l’altra e non li considero buoni capi, né vedo che i loro collaboratori lavorano bene.

Chi fa il capo deve guadagnarsi e mantenersi la fiducia e il rispetto delle proprie persone e deve sempre tenere a mente che da lui/lei dipende una buona fetta del benessere psico-sociale (e a volte anche fisico) di un certo numero di esseri umani. Mica poca come responsabilità (non capisco proprio certi capi che urlano come ossessi contro i collaboratori)! E non puoi più tirarti indietro da queste responsabilità, non puoi dire “e che volete da me, mica pensavo fare il capo fosse ‘sta scocciatura! “. Certo, i collaboratori sanno che un capo è anch’egli/lei un essere umano e non un super eroe, ma certe debolezze non può proprio concedersele con leggerezza.

A volte penso che personalmente finirei anche per considerare le mie persone e il mio team come una famiglia e questo potrebbe portarmi a dedicare al lavoro più cura e dedizione del necessario e metterlo quindi in potenziale conflitto con la cura, la dedizione (e il tempo!) che dedicherei alla mia vera famiglia. Oltre al rischio di ingenerare strane gelosie tra il mio lavoro e il mio ragazzo. E anche questo mi mette una certa inquietudine.

E a voi cosa spaventa di più nel fare il capo :-)?

Ciao,
Giulia

Carriera, Leadership, Obiettivi, Vita in ufficio

Obiettivi per i 40 anni? essere un capo che non urla.

Fissa la tua mente su un obiettivo e ti sarà più facile raggiungerlo, perché tutte le tue energie si concentreranno in quella direzione. È quello che sostengono innumerevoli testi su management e leadership.

Ebbene qual è il mio obiettivo a medio termine (10 anni)? Diventare un capo che è capace di far lavorare i suoi collaboratori senza urlare e portando a casa i risultati. Sono convinta – mi ha convinto l’esperienza, direi – che un capo che urla fa fare molta più fatica ai suoi di quanta necessaria per portare a casa il risultato e, sul medio termine, li demotiva. E possono essere diversissime le ragioni per cui urla – insicurezza, frustrazione personale, reale insoddisfazione rispetto a quello che fanno i suoi – ma il risultato è pressoché identico, e deleterio in termini non solo di benessere personale di tutte le persone coinvolte, ma anche di mera efficienza aziendale.

Ecco, adesso che l’esempio negativo è ben chiaro, come faccio per raggiungere l’esempio positivo? Direi che concentrerò una buona fetta delle mie energie future proprio nell’analizzare gli esempi positivi che mi circondano e nell’imparare come fanno a incanalare il lavoro dei collaboratori verso un risultato comune che non devono poi sollecitare con brutalità.

E non sembra per nulla facile riuscirci! mentre a urlare sono bravi (quasi) tutti.

E voi cosa ammirate di più nei vostri o altrui capi che non urlano? e cosa pensate invece che debbano assolutamente migliorare?

Ciao,
Giulia

Leadership, Vita in ufficio

Il vero leader in azienda? fa lavorare con serenità i collaboratori.

Il vero leader in azienda riesce a far lavorare i suoi collaboratori in un clima di serenità.

È l’illuminazione che mi è venuta questa sera, la prima sera di una settimana che per me, lavorativamente parlando, è una delle più pesanti dell’anno. E nonostante questo sono uscita dall’ufficio ad un’ora quasi decente, soddisfatta del lavoro che avevo fatto, e ho accettato subito la proposta del mio ragazzo di mangiare fuori per festeggiare una sua importante consegna. Impensabile fino a qualche settimana prima – mi sono accorta con un certo stupore. Cos’è cambiato nel frattempo? Il mio capo, o meglio il capo del mio capo.

Mi sono resa conto che lavoro con più serenità, che sento di potercela fare a chiudere i progetti che seguo senza dovermi strappare i capelli o fare le 20:30/21:00 in ufficio tutte le sere per non essere costantemente con l’acqua alla gola. Cosa mi permette questo lusso? Sento che se non ce la faccio, pur con tutta la buona volontà e il duro lavoro, posso alzare la mano e dire “questa cosa non si riesce a fare nei tempi prestabiliti/chi ci doveva rispondere non ci risponde/non si riesce ad andare avanti” senza dovermi sentire né un incompetente né un’illusa che invoca un intervento che non arriverà mai. Ecco, questo per me significa poter lavorare con serenità.

La domanda che mi sorge spontanea è: come fa quindi un capo a portare questa serenità ai collaboratori? senza per questo rinunciare alla sua vita privata o fare orari assurdi – tanto più che oggi alle 16 è volato fuori dall’ufficio perché doveva andare a scuola per parlare con le insegnanti dei figli.

Mi sa quindi che rifletterò proprio su questo nei post a venire: se avete spunti e suggerimenti, qui sotto c’è tutto lo spazio per scriverli :-)!

Giulia