Consigli di lavoro, Gestione dello stress, Lavoro, Vita in ufficio

Tecniche di sopravvivenza sul lavoro – parte V

Continuiamo il viaggio tra i mille trucchi e accorgimenti da applicare sul lavoro, che si scoprono giorno per giorno:.

9- Il miglior modo per sbagliare è pensare di non essere pronti o di non aver fatto bene le cose. La maggior parte delle volte si è pronti e le cose sono state fatte bene, ma se non se ne è consapevoli si rischia di rovinare tutto. Bisogna avere fiducia in se stessi e nella qualità del proprio lavoro. Certamente aiuta molto imparare a presentare bene quello che si è fatto, in modo da riuscire a fare bella figura anche quando non si è al top della condizione; viceversa
bisogna evitare di presentare male quello che si è preparato con molta cura.

10- Se sei la persona in charge di qualcosa, non aver paura a prendere il comando e a chiedere, anche pretendere se necessario, le cose con fermezza: gli altri si aspettano che tu lo faccia e non lo percepiranno come un atto di arroganza, bensì come un atto dovuto di autorità e autorevolezza. Sarebbe piuttosto un rischio non farlo, e non solo perché le cose non verrebbero fatte, ma anche perché le persone si troverebbero senza una guida chiara e potrebbero pensare di poter fare quello che vogliono o di poter decidere autonomamente su determinati aspetti su cui invece non hanno alcuna autorità.

Bye,
Giulia

Consigli di lavoro, Lavoro, Sviluppo personale, Vita in ufficio

Tecniche di sopravvivenza sul lavoro – parte IV

Continuiamo la serie di consigli su come cavarsela nel quotidiano lavorativo. Oggi mi concentro sul tema del come scrivere le mail ai capi e super-capi:

6- Dare la sensazione che, già in precedenza, si è pensato a tutte le eventualità e che si sta dando a chi legge giusto l’opportunità di scegliere tra una delle opzioni suggerite. È rischioso dare la sensazione che la mail che si sta scrivendo in quel momento è il frutto di un problema imprevisto a cui abbiamo bisogno di dare soluzione il prima possibile.

7- Se ci sono dei cambiamenti rispetto a quanto comunicato in precedenza, va spiegato perché, ma nel modo che ci mette in miglior luce. Vedi sopra: è meglio evitare di dare la percezione che quel cambiamento ci è stato imposto dall’esterno e farlo piuttosto invece apparire come una scelta che ci dà maggiori opportunità.

8- Dare già al capo delle opzioni tra cui scegliere, meglio ancora chiedergli giusto l’autorizzazione o meno a procedere, e non stupirsi che i capi ci chiedano come noi riteniamo sia meglio procedere.

In particolare quest’ultimo punto mi fa davvero pensare che una volta che i collaboratori sono arrivati ad un certo livello di autonomia, il compito dei capi diventi più che altro porre domande affinché i collaboratori si rispondano da soli e supervisionare che non si rispondano male.

Bye,
Giulia

Consigli di lavoro, Gestione delle persone, Lavoro, Leadership, Sviluppo personale

I rischi del capo operativo: avere poco tempo per i collaboratori

Dare ascolto ai collaboratori, aiutarli a superare i propri dubbi e a progredire nel loro lavoro è una parte fondamentale del mestiere di capo, ma richiede particolarmente tempo e lucidità.

Continuiamo quindi nella disamina degli aspetti negativi di un capo troppo operativo, che ha poco tempo curare gli aspetti manageriali della sua posizione.

Essere sempre rimbalzati dal proprio capo quando si fa una domanda o si ha bisogno di un aiuto, perché il proprio lavoro, in quel momento, non è considerato urgente nel mare delle urgenze in corso, o perché semplicemente non viene reputato importante rispetto ad altre attività in corso, a lungo andare svilisce in un collaboratore la percezione di valore del proprio lavoro.

Altrettanto nocivo è sentirsi ripetere dal proprio capo che non si lavora come vuole lui o che non lo si ascolta quando chiede qualcosa. Spesso il problema dipende più dal fatto che il capo non ha il tempo di controllare il lavoro dei collaboratori e di indirizzarlo dove meglio ritiene, che dall’effettiva cocciutaggine o incompetenza dei lavoratori stessi.

Un altro rischio piuttosto grave è quello di dover bloccare un lavoro, anche per tempi lunghi e magari rischiando pure di dimenticarselo, perché si attende un ok o un controllo da parte del superiore che non riesce mai a fornirlo.

I collaboratori non possono certo interrompere continuamente il capo per ogni richiesta d’aiuto che hanno, ma non possono neanche trovarsi nella condizione di doversi costantemente arrangiare. Sta al capo la responsabilità di trovare momenti di confronto con i propri collaboratori anche per spiegare loro come, e quando, farsi dare ascolto e sviluppare delle modalità per non far accumulare gli arretrati, e attenervisi.

Non facile assolutamente!

Bye,
Giulia

Consigli di lavoro, Vita in ufficio

Tecniche di sopravvivenza sul lavoro – parte III

Continuiamo l’esplorazione delle tecniche di sopravvivenza in ufficio:

4- informa sempre il tuo capo su tutto quello che i suoi pari grado potranno chiedergli. Il tuo capo non vorrà certo fare la brutta figura di rispondere ai suoi pari “ah questo non lo so, devo chiederlo ai miei” e sembrare impreparato o incapace di ottenere dai suoi ciò di cui ha bisogno. E tu non vorrai certo sentirti dire/urlare “voi non mi dite le cose!”. Certo il capo potrebbe assicurarsi prima di avere tutte le info di cui ha bisogno, ma non sempre lo farà.

5- coinvolgi sempre il tuo capo sui dettagli anche più operativi che però sai che stanno a cuore a lui/lei o al suo capo. Anche se a te sembra un dettaglio minore non degno dell’attenzione strategica di un capo, ma sai per esperienza (fa parte del tuo lavoro anche farti questa esperienza) che ci tiene, lui/lei direttamente o in modo ancora più importante il suo capo, fa decidere in proposito a lui/lei. Altrimenti potresti sentirti accusare di non sapere di avere un capo o di decidere per i fatti tuoi. Si potrà trattare dell’immagine per una presentazione o dell’albergo per una notte, ognuno ha i suoi gusti.

E con questo, ancora una volta, buona fortuna :-D!

Giulia

Carriera, Consigli di lavoro, Leadership, Sviluppo personale

Per fare il capo ci vuole tempo

Un capo troppo operativo difficilmente potrà fare bene il suo lavoro. Il buon capo deve controllare che le attività richieste siano fatte, bene, entro le tempistiche stabilite, sollecitare quando necessario, riadattare timing e carichi di lavoro se serve, farsi approvare i progetti e sbloccare le autorizzazioni, migliorare i processi, cercare nuove opportunità per la propria area, motivare e far crescere i collaboratori, e probabilmente molte altre cose.

Tutte queste cose richiedono tempo – anche solo per fare il punto su dove si era rimasti (alla faccia dell’adagio “il capo non ha un ca**o da fare”). Un capo che è fin troppo impegnato a svolgere lui stesso in prima persona una serie di incarichi operativi – perché non ha abbastanza persone o le persone che ha non sono ancora pronte a farsene carico – avrà difficoltà a far fronte alle vere incombenze del proprio ruolo, quelle peraltro che qualificano il suo lavoro e per le quali non è (non dovrebbe essere) sostituibile dagli altri.

Per questo credo che, se si vuole crescere professionalmente, una cosa essenziale sia imparare, per quanto possibile, a staccarsi dall’operatività: imparare a fare (bene) una cosa, apportarvi miglioramenti in modo da farla meglio e più rapidamente, insegnare agli altri a farla e poi passare avanti, senza rimpianti per non occuparsi più di una cosa che piaceva fare e in cui magari si riusciva bene, e piuttosto aprirsi a nuovi “orizzonti” e nuove sfide (vabbè si tratta di un termine super inflazionato nel linguaggio aziendale, ma in questo caso è particolarmente calzante), mantenendo la mente curiosa e aperta. E logicamente premunendosi di formare gli altri nei periodi non di superlavoro (quando tenersi troppi lavori per sé comporta dei rischi non trascurabili).

Non facile da farsi per chi tende ad affezionarsi molto ai lavori che svolge…

Bye,
Giulia

Consigli di lavoro, Lavoro, Rapporto cliente fornitore, Sviluppo personale, Vita in ufficio

L’importanza di far lavorare i fornitori

Saper far lavorare i fornitori è una capacità imprescindibile per poter lavorare bene. Ed è una capacità che chiunque voglia crescere professionalmente deve sviluppare, senza timidezze o pudicizie.

Si tratta di far fare agli altri il proprio lavoro, quello per cui sono pagati e per il quale si è deciso di contrattualizzarli. Spesso i junior dell’azienda cliente si fanno remore a chiedere ai fornitori di fare qualcosa, soprattutto se questo qualcosa sembra uscire da quello che normalmente viene loro richiesto o se questi si mostrano restii a darsi da fare. Con il risultato che il junior si mette magari a sbrigare il lavoro che invece dovrebbe fare il fornitore, rallentando tutta la catena.

Chiunque cerca di farsi appioppare meno lavoro possibile, è una questione di istinto (di sopravvivenza) più che di vera malizia o negligenza. E a questa logica non sfugge neanche il fornitore più solerte, se non altro perché, nell’attuale clima di continua contrazione dei costi, anche i suoi capi gli chiederanno di negoziare con il cliente il più possibile. È il normale gioco delle parti.

Far lavorare i fornitori non significa certo sfruttarli, questo deve essere chiaro, ma neanche accontentarsi di un lavoro parziale o fatto male quando invece si paga per un lavoro fatto con la dovuta diligenza.

Ma far lavorare in questo modo i fornitori significa anche molto lavoro da parte del cliente, che deve stare sul pezzo, monitorare attentamente gli avanzamenti, sollecitare le richieste fatte e il rispetto della timing, oltre a saper chiedere in modo efficace tutto ciò e saper giocare il gioco delle parti tra i diversi livelli gerarchici del fornitore per far sì che tutta la macchina si muova verso il raggiungimento degli obiettivi nei tempi e nelle modalità prestabilite.

Seguire i fornitori richiede tempo, ma bisogna rifuggire dalla tentazione di fare noi il lavoro che spetta a loro. In questo consiste la capacità di far lavorare i fornitori e solo così si può evitare di sfinirsi con attività che non ci competono e non essere invece abbastanza lucidi per gli incarichi che ci spettano e per i quali non possiamo essere sostituiti o, peggio, di sentirsi dire da un fornitore che lui non può andare avanti perché noi non gli diamo le risposte di cui ha bisogno!

Bye,
Giulia

Consigli di lavoro, Lavoro, Vita in ufficio

L’importanza del fattore umano e sociale sul lavoro

Quante cose lavorativamente importanti si riescono a sbrogliare in un momento di scambio rilassato alla macchinetta del caffè, passeggiando per andare in mensa, in mensa (anche se sarebbe meglio di no) o semplicemente nel semi-cazzeggio che segue la conclusione di un evento impegnativo? Insomma, in tutti quei contesti in cui gli aspetti umano e sociale prevalgono su quello strettamente professionale ma non possono farci dimenticare di essere colleghi, cliente-fornitore o partners? Tantissimi!

È una cosa risaputa, ma oggi alla fine di un evento, mentre aspettavamo che gli ultimi ospiti uscissero, ne ho avuto una solida conferma nonché tre ottimi esempi di questioni lavorative affrontate.

Innanzitutto, ho avuto modo di chiacchierare con una collega con la quale, stando lei in una sede distaccata, non c’è spesso altro modo di sentirsi che il telefono e proprio per questo ci parliamo in generale davvero poco, per quanto lei sia molto importante per la gestione di alcune categorie di ospiti durante gli eventi. Chiacchierando amenamente di quanto fosse stata bella la mostra, brava la guida e buona la tartina che stavo cercando di mangiare, l’ho aggiornata della volontà del nostro ufficio di elaborare una nuova procedura per gli eventi che semplifichi la vita a tutti e lei si è detta assolutamente interessata. Non che questo significhi “quando sarà il momento, dimmelo e ti darò sicuramente una mano”, ma quando avrò bisogno del suo supporto potrò far riferimento a quella chiacchierata e ricordarle il suo feedback positivo e sarà un’ottima base di partenza.

Secondo esempio: io e il mio nuovo capo chiacchieriamo simpaticamente con l’account manager del fornitore di eventi che ci ha seguiti per l’iniziativa di oggi. Tra gli “evviva è andato tutto bene”, il “quanto male fanno queste scarpe a starci in piedi per 3 ore!” e i “che afa c’era oggi a Milano!”, il mio capo gli ha praticamente infilato un brief per un evento che dobbiamo avviare per dicembre (siamo a inizio maggio!) e qualche feedback operativo per l’evento che abbiamo a giugno. Certamente nulla di paragonabile a brief e debrief scritti ma sicuramente qualcosa di più rapido che scrivere una mail o un brief completo (chissà quando l’avremmo fatto! dubito prima di metà giugno) e qualcosa di fronte a cui il fornitore non potrà dirci con faccia pulita “ah cavolo, non è mica pronta la proposta per quell’evento, mica lo sapevamo!”. Ci siamo portati avanti con il lavoro con ben poca fatica!

Terzo esempio: dopo che il mio nuovo capo se n’è andato, sono rimasta a chiacchierare con l’Account Manager di cui sopra, che in pratica mi ha raccontato un pezzo della sua vita, l’intera struttura dell’agenzia e i criteri con cui sceglie i collaboratori per un progetto. Nessun segreto segretissimo, ma tutti elementi che da un punto di vista umano, e anche operativo, mi aiuteranno a lavorare meglio con lei e con questo fornitore in generale.

E da tutto questo mi è tornata in mente una mia cara amica, laureata in una prestigiosa università di economia, che ripensando alla sua carriera accademica diceva: All’università insegnano a raggiungere il risultato a tutti i costi, tenendo conto di mille difficoltà “oggettive”, ma tralasciando spesso il fattore umano, che può essere invece un’importante leva per raggiungere più rapidamente i risultati o al contrario per ostacolarli ulteriormente.

Bye,
Giulia