Consigli di lavoro, Leadership, Vita in ufficio

Il buon capo: caratteristiche – parte I

Come fa un buon capo a creare un clima di serenità in cui i suoi collaboratori possono lavorare bene? È la domanda che mi facevo nel post omonimo e a cui ora provo a dare una risposta attraverso le osservazioni che ho fatto questi giorni. E altre ne seguiranno :-).

Un buon capo indice riunioni interfunzionali di avanzamento su progetti complessi con le unità che non collaborano. Ci sono sempre un sacco di progetti trasversali a diverse funzioni aziendali che non vanno avanti perché le altre unità non se ne occupano come dovrebbero: purtroppo è normale
visto che diverse unità hanno diverse priorità. Invece di sollecitare via mail o telefono gli interlocutori e di ricriminare che qualcuno non fa il proprio lavoro, il buon capo inchioda i “negligenti” in riunioni di avanzamento in cui si spiega bene cosa e quando ci si aspetta da loro, in modo da poterli incastrare su un timing condiviso se poi non danno seguito. Non ci si può difendere dall’accusa di non aver portato a termine un progetto dicendo che è colpa degli altri che non lavorano!

Un buon capo è capace di (e disponibile a) strigliare con decisione i fornitori se, nonostante le ripetute richieste dei suoi collaboratori, non producono quanto richiesto con le modalità stabilite. I collaboratori devono fare tutto quanto possibile per farglielo fare, ma a volte è necessario fare escalation: i progetti non possono bloccarsi perché i fornitori non lavorano – perché magari hanno altre priorità -; se gli operativi non collaborano, il proprio capo deve farsi sentire con i loro capi e mettere le cose in chiaro. Sentirsi in soggezione a chiedere al proprio capo di intervenire può essere molto controproducente per tutti!

Un buon capo considera i suoi collaboratori come degli stakeholders a tutti gli effetti: si preoccupa di far capire loro che ha compreso quello che gli/le chiedono e di tenerne conto, anche se poi ha diritto ad avere l’ultima parola. Mi sono trovata troppo spesso a dire ai miei precedenti capi che non potevo essere presente ad una riunione perché ne avevo già un’altra in contemporanea e non ricevere nemmeno una risposta, che sarebbe equivalsa almeno ad una presa in considerazione.

Carriera, Leadership, Obiettivi, Vita in ufficio

Obiettivi per i 40 anni? essere un capo che non urla.

Fissa la tua mente su un obiettivo e ti sarà più facile raggiungerlo, perché tutte le tue energie si concentreranno in quella direzione. È quello che sostengono innumerevoli testi su management e leadership.

Ebbene qual è il mio obiettivo a medio termine (10 anni)? Diventare un capo che è capace di far lavorare i suoi collaboratori senza urlare e portando a casa i risultati. Sono convinta – mi ha convinto l’esperienza, direi – che un capo che urla fa fare molta più fatica ai suoi di quanta necessaria per portare a casa il risultato e, sul medio termine, li demotiva. E possono essere diversissime le ragioni per cui urla – insicurezza, frustrazione personale, reale insoddisfazione rispetto a quello che fanno i suoi – ma il risultato è pressoché identico, e deleterio in termini non solo di benessere personale di tutte le persone coinvolte, ma anche di mera efficienza aziendale.

Ecco, adesso che l’esempio negativo è ben chiaro, come faccio per raggiungere l’esempio positivo? Direi che concentrerò una buona fetta delle mie energie future proprio nell’analizzare gli esempi positivi che mi circondano e nell’imparare come fanno a incanalare il lavoro dei collaboratori verso un risultato comune che non devono poi sollecitare con brutalità.

E non sembra per nulla facile riuscirci! mentre a urlare sono bravi (quasi) tutti.

E voi cosa ammirate di più nei vostri o altrui capi che non urlano? e cosa pensate invece che debbano assolutamente migliorare?

Ciao,
Giulia

Leadership, Vita in ufficio

Il vero leader in azienda? fa lavorare con serenità i collaboratori.

Il vero leader in azienda riesce a far lavorare i suoi collaboratori in un clima di serenità.

È l’illuminazione che mi è venuta questa sera, la prima sera di una settimana che per me, lavorativamente parlando, è una delle più pesanti dell’anno. E nonostante questo sono uscita dall’ufficio ad un’ora quasi decente, soddisfatta del lavoro che avevo fatto, e ho accettato subito la proposta del mio ragazzo di mangiare fuori per festeggiare una sua importante consegna. Impensabile fino a qualche settimana prima – mi sono accorta con un certo stupore. Cos’è cambiato nel frattempo? Il mio capo, o meglio il capo del mio capo.

Mi sono resa conto che lavoro con più serenità, che sento di potercela fare a chiudere i progetti che seguo senza dovermi strappare i capelli o fare le 20:30/21:00 in ufficio tutte le sere per non essere costantemente con l’acqua alla gola. Cosa mi permette questo lusso? Sento che se non ce la faccio, pur con tutta la buona volontà e il duro lavoro, posso alzare la mano e dire “questa cosa non si riesce a fare nei tempi prestabiliti/chi ci doveva rispondere non ci risponde/non si riesce ad andare avanti” senza dovermi sentire né un incompetente né un’illusa che invoca un intervento che non arriverà mai. Ecco, questo per me significa poter lavorare con serenità.

La domanda che mi sorge spontanea è: come fa quindi un capo a portare questa serenità ai collaboratori? senza per questo rinunciare alla sua vita privata o fare orari assurdi – tanto più che oggi alle 16 è volato fuori dall’ufficio perché doveva andare a scuola per parlare con le insegnanti dei figli.

Mi sa quindi che rifletterò proprio su questo nei post a venire: se avete spunti e suggerimenti, qui sotto c’è tutto lo spazio per scriverli :-)!

Giulia