Lavoro, Obiettivi, Sviluppo personale

Motivazione sul lavoro: cosa funziona per me?

Ognuno deve trovare la sua motivazione per impegnarsi sul lavoro. Carriera, soldi, un buon ambiente di lavoro, etc., sono solo alcune delle opzioni che le aziende, e la società in generale, ci offrono, ma non necessariamente convincono tutti — e alcuni di essi, come la carriera, possono rivelarsi effimeri e contingenti.

Il problema sta in questo fatto quasi banale: trascorriamo sul lavoro molte ore al giorno e inevitabilmente il lavoro che facciamo partecipa alla definizione della nostra identità. Ecco perché le motivazioni che ci spingono al lavoro tutti i giorni sono estremamente importanti e quanto più ne siamo consapevoli, tanto meglio viviamo.

E a me ad esempio soldi, carriera e stabilità lasciano freddina e scettica, e se dovessi lavorare solo sulla base di questi lavorerei con poca voglia e convinzione. La passione per il proprio lavoro è invece un motore ben più potente per me, ma mi sentirei quasi stupida se mi facessi il mazzo che mi sto effettivamente facendo solo per un lavoro che piace a me, ma di cui alla fine traggono vantaggio altri.

E allora che risposta mi sono data rispetto a cosa mi può davvero motivare? Voglio essere riconosciuta come qualcuno che riesce a migliorare i processi e il lavoro altrui. Può sembrare idealista e astratto, ma questa risposta mi fornisce delle linee guida di condotta piuttosto chiare e risponde alle mie attitudini e a quello che effettivamente mi piace fare e mi da soddisfazione. Che poi il riconoscimento sia qualcosa in più di una pacca sulle spalle è decisamente ben accetto! D’altronde, per com’è fatto il mio carattere, non posso certo permettermi né concedermi di lavorare solo per mangiare e avere un tetto sopra la testa.

Che fatica però!
Ciao,
Giulia

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Carriera, Leadership, Obiettivi, Sviluppo personale

Perché fare il capo? le motivazioni

Cosa mi motiva a voler diventare un capo? Credo sia molto importante avere chiaro in mente – e nel cuore – cosa ci spinge a lavorare sodo tutti i giorni per migliorare il proprio lavoro e anche la propria condizione lavorativa.

Dopo diversi giorni di riflessione e diversi tentativi di risposta in preparazione di un assessment aziendale, ecco quello a cui sono giunta:

• voglio avere una visione d’insieme dei progetti che seguo, non più limitata all’ambito operativo;
• voglio avere voce in capitolo e decidere in merito ai progetti che seguo;
• voglio poter contare sul contributo lavorativo di altre persone, che lavorano bene e al massimo delle loro capacità, perché – si intende – le faccio lavorare bene io.

Queste sono gli aspetti concreti che mi spingono a voler diventare capo e si riassumono, in termini più alti e “ideali”, nel desiderio di avere maggiore impatto sulla realtà che mi circonda, riuscire a raggiungere obiettivi più alti, e quindi occuparmi di cose che hanno maggiore impatto. E questo, ça va sans dire,  richiede non solo tempo ed energie che non possono essere monopolizzate da dettagli operativi, ma anche la possibilità di disporre di competenze frastagliate che difficilmente possono essere possedute da una sola persona.

E una cosa che mi motiva anche molto è quella di far lavorare bene le persone, farle appassionare al loro lavoro, e diventare un punto di riferimento per le persone che lavorano con me, non solo da un punto di vista professionale ma anche umano.

Ora resta da capire come raggiungere questi obiettivi e capacità…

Alla prossima :-),
Giulia

Carriera, Leadership, Obiettivi, Vita in ufficio

Obiettivi per i 40 anni? essere un capo che non urla.

Fissa la tua mente su un obiettivo e ti sarà più facile raggiungerlo, perché tutte le tue energie si concentreranno in quella direzione. È quello che sostengono innumerevoli testi su management e leadership.

Ebbene qual è il mio obiettivo a medio termine (10 anni)? Diventare un capo che è capace di far lavorare i suoi collaboratori senza urlare e portando a casa i risultati. Sono convinta – mi ha convinto l’esperienza, direi – che un capo che urla fa fare molta più fatica ai suoi di quanta necessaria per portare a casa il risultato e, sul medio termine, li demotiva. E possono essere diversissime le ragioni per cui urla – insicurezza, frustrazione personale, reale insoddisfazione rispetto a quello che fanno i suoi – ma il risultato è pressoché identico, e deleterio in termini non solo di benessere personale di tutte le persone coinvolte, ma anche di mera efficienza aziendale.

Ecco, adesso che l’esempio negativo è ben chiaro, come faccio per raggiungere l’esempio positivo? Direi che concentrerò una buona fetta delle mie energie future proprio nell’analizzare gli esempi positivi che mi circondano e nell’imparare come fanno a incanalare il lavoro dei collaboratori verso un risultato comune che non devono poi sollecitare con brutalità.

E non sembra per nulla facile riuscirci! mentre a urlare sono bravi (quasi) tutti.

E voi cosa ammirate di più nei vostri o altrui capi che non urlano? e cosa pensate invece che debbano assolutamente migliorare?

Ciao,
Giulia